Giappone: il contesto economico

Il terzo episodio di Kuragehime presenta richiami all’economia giapponese e a diversi fenomeni sociali ed economici, che non è compito nostro spiegare termine per termine, motivo per cui lasciamo al lettore l’opportunità di approfondire l’argomento con ricerche personali, per esempio su wikipedia.
Abbiamo però pensato che fosse interessante dare una visione migliore del contesto giapponese, per questo abbiamo chiesto ad un nostro amico di fornire un’introduzione sulla situazione giapponese, che forniamo qui di seguito.


Non è estremamente comune trovare riferimenti diretti all’economia Giapponese in anime e manga. E’ un argomento che spesso esula dal contesto, forse perché  troppo tangibile per essere inserito in storie il più delle volte decontestualizzate dalla realtà.

Tuttavia gli esempi non mancano, con una maggiore risalto dato all’argomento negli ultimi anni. Per quanto riguarda i manga, in Italia sono state pubblicate due opere di Inio Asano (“La città della luce” e “What a Wonderful World”) in cui viene affrontato l’argomento dei Freeter e del rigetto verso l’incapsulamento della realtà lavorativa Giapponese da parte delle nuove generazioni. In animazione, la serie “Higashi no Eden” ha toccato alcuni temi relativi al contesto economico Giapponese, come la precarietà e la maggiore difficoltà dei giovani ad  inserirsi nel lavoro rispetto al passato, il fenomeno dei NEET etc.

In Kuragehime vengono parzialmente riproposte gli stessi riferimenti. Nel terzo episodio si fa accenno  alla bolla che ha colpito il Giappone alla fine degli anni ’90. In economia bolla è un termine con un ampia gamma di significati, ma tutti sottintendono una crescita anomala e spesso veloce di qualcosa  che poi termina di colpo, scoppiando come una bolla di sapone, e innescando una catena di conseguenze negative. Le bolle in economia ci sono state, a partire da un curioso caso di innalzamento spasmodico  dei prezzi dei tulipani in Olanda nel 1500, fino ai giorni nostri. Le più note alle memoria recente sono state quella relativa alla new economy scoppiata verso il 2000, quella sui mutui ipotecari in America, quelle edilizie in Cina e in Spagna. In Giappone la bolla interessò le valutazioni delle attività delle aziende gonfiandole oltremisura.

La bolla che colpì il Giappone circa verso il 1990 causò la fine immediata di un periodo di crescita senza eguali per il paese, grazie alla quale l’economia Giapponese divenne in pochi decenni una delle più importanti a livello globale con anche ambizioni di occupare il primo posto. Dal 1990 in poi si può dire che il paese abbia sperimentato una stagnazione continua. Se l’ultimo periodo prima della fine del millennio è stato chiamato il Decennio Perduto, l’avvio del nuovo secolo non ha mostrato cambiamenti di tendenza.

Oggi il Giappone subisce le conseguenze di un modello di sviluppo che ha strutturato il sistema economico secondo un certo schema. Alcune parti di questo modello non necessitano di cambiamenti, ma secondo molti economisti ed osservatori esterni altre abbisognano di trasformazioni radicali affinché l’economia esca dell’impasse.

Senza velleità di precisione puntuale si può dire che l’economia Giapponese sia stata costituita sulla volontà di competere più all’estero che all’interno. Sarebbe errato tuttavia affermare l’inesistenza di competizioni tra aziende domestiche per la conquista di porzioni più ampie di mercato. La competizione interna fu agguerritissima nell’immediato dopoguerra come è possibile evincere da alcuni studi di settore. Nel 1952 c’erano 50 produttori di moto, nel 1960 circa  30, nel 1965 8,  e nel 1969 solo 4. Settori diversi presentano sentieri di sviluppo analoghi. L’antifonia è che la competizione permise ai più forti di emergere talvolta inglobando i resti degli avversari sconfitti. Tuttavia una volta emerse come società dalla capitalizzazione molto consistente, l’orientamento strategico dell’economia giapponese fu tutto rivolto a ricercare la profittabilità all’estero. La situazione interna è invece andata fossilizzandosi.

Tra i fattori  che hanno contribuito alla cristallizzazione del mercato c’è stata la volontà di parzialmente pianificare lo sviluppo economico. In Giappone economia e politica sono fortemente interconnesse e il MITI, organo politico preposto allo sviluppo economico, ha varato  una serie di politiche volte a indirizzare e stabilizzare la crescita. Nessuna politica è stata realmente cogente al pari della pianificazione attuata in Cina, ma la presenza dell’ente si è fatta sentire ed ha influito sulla struttura del mercato.

Un altro motivo è stata la tendenza delle imprese Giapponesi a erigere barriere nei confronti di società estere, ad esempio rendendo di fatto impossibili le acquisizioni, ostacolandone la competitività e non permettendo di fatto la loro crescita all’interno del paese.

Una terza causa della rigidità dell’economia Giapponese risiede nella propensione a creare gruppi industriali in cui i rapporti economici sono più coesi rispetto agli scambi di libero mercato. Tali gruppi sono chiamati Keiretsu, e sono l’evoluzione di un’altra tipologia di alleanze esistenti prima della guerra chiamati Zaibatsu (in cui convergevano stato, esercito ed economia). E’ prassi comune aiutare ogni membro interno al gruppo e preservarne l’esistenza, anche quando abbia risultati negativi per diverso tempo, sebbene molto spesso il fallimento presenti degli effetti migliori per l’economia a medio termine.

Per inciso queste caratteristiche non sono realmente idiosincratiche all’economia Giapponese, ma con alcune varianti sono presenti anche in altre economie asiatiche. In Corea del Sud i gruppi industriali simili ai Keiretsu sono chiamati Chaebol. In Cina per avviare un’attiva economia all’interno del paese bisogna avere un partner locale.

Ad ogni modo il Giappone ha favorito il mantenimento del suo tessuto economico a scapito delle società estere. E questo è visibile anche oggigiorno laddove gli incentivi di vario tipo erogati alle imprese tengono molto poco conto della competitività ma vengono distribuiti uniformemente a tutti. Oppure i tassi interessi tenuti bassi per quasi un ventennio. Un costo del denaro basso agevole il ricorso al credito, ma non permette allo stesso tempo di selezionare le imprese migliori. Furono proprio i bassi tassi d’interesse a contribuire alla crisi del 1990. In parte perché con un costo del capitale ridotto le società erano agevolate anche a detenere cospicue quantità di reddito, un po’ perché il valore delle loro attività erano sovradimensionati, le imprese non furono più in grado di onorare i loro debiti. Questo creò un’insolvenza che costrinse il governo  a dei piani di salvataggio a causa dei quali il debito pubblico subì un impennata (ricordate che il debito pubblico Giapponese è il più alto del mondo: 190% del PIL). Paul Krugman, nobel per l’economia, ha più volte parlato di crisi causata da un eccesso di liquidità. La difficoltà riscontrare dalle aziende furono in parte dovuto ad una contrazione dei consumi interni. I Giapponesi sono sempre stati incoraggiati al risparmio, i capitali  da loro risparmiati servivano indirettamente alle banche per finanziare le imprese.

Il risparmio è un arma a doppio taglio. Se è vero che rende più facilmente riassorbibili alcuni tipi di crisi, dall’altro frena i consumi e dunque la domanda interna. In assenza di domanda l’economia deve cercare altri mercati. Ma le imprese poco competitive non riusciranno mai ad imporsi all’estero. E pur tuttavia dato che molto fanno parte dei Keiretsu è assai probabile che continuino a sopravvivere nel contesto economico grazie ad una serie di aiuti che ne agevola la sopravvivenza.

La visione qui proposta è estremamente semplificata. Sono sicuro che diversi lettori avranno molto da ridire a riguardo. A me premeva far notare due aspetti: come la situazione attuale abbia delle cause risalenti a qualche decennio fa, come ci siano tante interdipendenze nel contesto economico da rendere necessarie delle misure drastiche per modificare la situazione.

In ogni caso sarebbe ingiusto pensare all’economia Giapponese come caratterizzata da soli aspetti negativi. Il Giappone ha anche dato molto a mondo in termini di nuove idee a livello organizzativo e manageriali, pratiche e contribuiti che sono state copiate ed implementate nel resto dei paesi sviluppati. Magari se ne potrebbe parlare in seguito.

2 thoughts on “Giappone: il contesto economico”

  1. Davvero un’ottima spiegazione, molte grazie all’autore!
    Il debito pubblico giapponese mi ricorda sempre di Akumetsu :D

  2. Bell’articolo.
    Più volte avevo sentito parlare (in format diversi) della bolla giapponese, ero sufficientemente furbo per intuire circa il significato, ma di certo non potevo sapere questa marea di informazioni.
    Grazie all’autore.

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